Elogio della barbarie

di Simone Cerlini (link facebook)
SU L’UOMO VERTICALE, DI DAVIDE LONGO

Nelle politiche sociali, o almeno nella vulgata comune che passa nei testi divulgativi, si è consolidato un paradigma che è diventato insopportabile. La dialettica tra resilienza e fragilità ha stufato. Proliferano esercizi e terapie per rafforzare la comune resistenza ai traumi, ma anche ai comuni problemi quotidiani, alle difficoltà nelle relazioni, alla paura per le interazioni sociali, fino a cadere nel ridicolo, come sostegno al prenotare un tavolo al ristorante. Ne esce un ritratto di una contemporaneità debole e vulnerabile, una umanità, soprattutto nel contesto occidentale, impreparata ad affrontare la vita. Davide Longo, nelle sue prime opere, e ne L’uomo verticale in modo precipuo, fa attraversare ai suoi personaggi deserti valoriali, distopie di rarefazione e annullamento delle convenzioni, per costringere i personaggi a riscoprire una istanza ancestrale e potente, un istinto vitale e necessario, che possiamo chiamare barbarie. Davide ne è ben consapevole. Dotato di una sensibilità straordinaria nei suoi libri, anche ne Un mattino a Irgalem o Il mangiatore di pietre, ci ricorda che la barbaria è ben presente, è intorno a noi ed è equamente un pericolo e una risorsa. La mia tesi è che la retorica della fragilità sia in realtà un prodotto essenzialmente di classe. La voce della nuova aristocrazia che governa (anche) l’immaginario.
Se penso a mio padre, o al padre di Andrea Caterini, per fare un esempio alto, non vedo affatto una persona fragile. Noi che non scriviamo libri perché dobbiamo lavorare, o che scriviamo libri che leggono in pochi, non siamo affatto fragili. Non abbiamo bisogno di sostegni o terapie perché abbiamo dovuto imparare in fretta. Non siamo stati coccolati da nostra madre perché aveva da lavorare durante il giorno e ci siamo arrangiati a fare i compiti da soli. Non abbiamo ascoltato i retorici insegnamenti liberal dei padri alla Chiamami con il tuo nome, perché papà arrivava troppo stanco a casa alla sera o anche non lo si vedeva affatto. Siamo stati umiliati a scuola perché non avevamo i vestiti migliori ed eravamo fuori dal cerchio magico delle famiglie per bene. Abbiamo cominciato con lavori umili e non abbiamo affatto paura a rifarlo di nuovo. Abbiamo perso il lavoro, anzi siamo stati licenziati. Ci siamo rimessi in piedi, e abbiamo trovato di nuovo un lavoro e in fretta perché non potevamo permetterci di non farlo. In nero? Sì in nero. Un lavoro quale che fosse. Abbiamo subito ingiustizie evidenti. Abbiamo visto i figli di o gli amici di sfrecciarci di fianco, guadagnare il doppio di noi facendo la metà.
L’effetto è stato che abbiamo sviluppato una corazza. Non siamo affatto fragili, signori. Siamo forti. Siamo resistenti, a noi la parola resiliente ci fa sboccare. Non siamo diplomatici o ruffiani, mal che vada ci licenziano di nuovo e noi ricominceremo. Non abbiamo paura a infrangere le regole. Non abbiamo paura del giudizio dell’oligarchia radical chic. Ci escluderanno dai loro salotti, bene. Perché le volte che ci hanno permesso di partecipare ai loro dotti convegni ci hanno trattato da giullari, o da attrazioni allo zoo, come Jonathn Bazzi, come lo stesso Davide Longo, come Albo Busi.
Ed ecco, diventiamo preziosi. Sappiamo pensare fuori dagli schemi. Sappiamo dire la verità quando quelli che hanno molto da perdere si inginocchiano e non si azzardano a contraddire il capo. Siamo liberi. No, la contrapposizione non è tra una élite consapevole e una massa ignorante. La contrapposizione è tra una élite spaventata e fragile e una massa libera e forte. Nell’estinzione globale, siamo noi che sopravvivremo.

2 pensieri riguardo “Elogio della barbarie

  1. Grazie dell’interessante articolo. Concordo pienamente, in particolare sulla nostra sana e ferma resistenza rispetto alla resilienza (che comunque, in fondo, se non fosse divenuto un termine usurato potrebbe essere un concetto interessante in certi casi).

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