L’Assurda Leggenda della Nave Respinta

Una cartolina sgualcita e ingiallita dal tempo di una nave e migranti, risalente agli inizi di chissà quale delle tante epoche. Italiani, albanesi, africani. Chi può dire di che razza fossero, dall’alto erano soltanto tante persone ammassate a ridosso del mare.

Ci sono diverse leggende che narrano di una nave che vaga all’infinito nel Mar Mediterraneo, respinta da tutti i porti europei, carica di immigrati provenienti da varie parti dell’Africa. Uomini, donne e bambini stipati a centinaia in una imbarcazione di proprietà di una ONG, varata negli anni settanta e utilizzata per svariati compiti: da mezzo di controllo per la pesca a rompighiaccio nei Mari del Nord a posacavi al nord della Siberia, finché nel 2016 non fu affittata all’organizzazione umanitaria SOS Méditerranée salvando in poco tempo oltre dieci mila persone nel mar Libico. 

Eccellente di costruzione, robusta e capace di solcare i mari in condizioni proibitive, l’Aquarius attraccò per l’ultima volta in un porto prima della missione di salvataggio avvenuta nel giorno del signore undici giugno duemila e diciotto, dopo aver salvato seicento ventinove persone.  

Dopo appena un mese dall’avvenimento la stampa se ne dimenticò. C’era altro di cui parlare: la morte di un ricco industriale italiano, gli spari con fucili a pallini verso gli immigrati, undici casi in quattro settimane, una cifra che esclude gli incidenti, la Germania eliminata dai mondiali vinti dalla Francia e la Grecia in fiamme, e la California in fiamme, la Sicilia in fiamme. 

Gli italiani a quei tempi avevano da affrontare le conseguenze di una grave crisi non soltanto economica ma etica. I nuovi poveri avevano cellulari da mille euro con piani d’abbonamento mensili tutto compreso, le rate della macchina nuova da pagare, la vacanza Alpitour a tasso zero per venticinque mesi, le televisioni 55 pollici in minuscole stanze dalle mura spoglie e i coupon per risparmiare dieci euro in ristoranti di lusso. Il Mc Donald’s ogni giorno informava di pietanze filoamericane a meno di due euro e la vita era una merda tra bollette da pagare e figli da sfamare.  

C’era un video che per qualche giorno rimase in voga sui social network. Nelle immagini alcuni bagnanti ballavano felici sul bagnasciuga di una spiaggia al sud della Sicilia. Sullo sfondo una nave sfocata di arancione e bianco interrompeva un orizzonte oltremodo piatto e monotono seppur evanescente nel torpore sahariano. I titoli erano i più svariati: batti in alto le mani con i profughi in attesa di salvezza, i bagnanti fanno aquagym con la nave degli immigrati sullo sfondo.  

Avvenire avvisò i cristiani del bel paese che esistono due mediterranei: uno il nostro mare placido e benigno delle vacanze, dei castelli di sabbia, dei gelati e dei tormentoni estivi. L’altro profondo, vero, buio di notte e minaccioso quando cambia il tempo. I cadaveri galleggiano e vengono divorati dai pesci. Italiani non mangiate pesce del mediterraneo.  

Qualcuno indossò maglie rosse e invase la rete di selfie pro approdo. Porti liberi!  

Esplose un sentimento antifascista unificatore. Tutti i perbenisti italiani si chiedevano per quale assurdo motivo quella gente continuasse a ballare senza formare un fottuto cordone umano fino alla nave così da portare in salvo le povere madri e i denutriti fanciulli nella terra promessa, un’Italia martoriata dalla cattiva amministrazione seppur eletta e mantenuta a suon di vitalizi ereditabili. E mentre nei bar e dai parrucchieri il pensiero si omologava per divenire un’unica assordante voce popolare non si poteva far a meno di constatare quanto l’attenzione ricadesse tutta sulla donna in prima fila, una cicciona imbracata dentro un costume olimpionico nero che nonostante la mole galleggiava leggiadra al ritmo della musica, ballava ed eseguiva i movimenti alla perfezione come fosse lì da sempre, come preparata all’interpretazione dal costante esercizio, una mano avanti, una mano indietro, muovi il bacino e resisti all’oblio che la tua Nazione ti ha riservato.  

Alla fine erano tutti d’accordo: chi non voleva essere quella donna? Oppure il bagnante con la maschera e il boccaglio a due metri dalla riva in un mare che prende profondità dopo una cinquantina di metri con un fondale così privo di suggestione che neppure i gamberi ci vanno a nuotare? Chi non voleva essere quelle persone così spensierate, danzanti, felici, immerse nelle fresche acque del mare? Venite in vacanza in Sicilia! 

La voce perbenista social popolare si spense presto nella delusione della sconfitta croata nella finale dei mondiali. Che colpo sarebbe stato se la Croazia avesse vinto la coppa del Mondo!  

L’Aquarius rimase quindici giorni a trecento metri dalla Sicilia, poi prese il largo. Tutti i porti gli furono negati: Sardegna, Corsica, Francia, Spagna, Portogallo. A quei tempi gli uomini non erano ancora tutti uguali e per alcuni mesi la nave fu rifornita da volontari, uomini compassionevoli, associazioni umanitarie. Non fu facile ma si resistette nell’attesa che qualcosa cambiasse. E mentre i mesi trascorrevano i rifornimenti si facevano via via meno numerosi, finché un giorno persino l’ultimo pescareccio smise di raggiungere l’Aquarius. 

Gli uomini attesero cinque giorni e quando capirono che più nessuno avrebbe portato loro i beni per la sussistenza cominciarono i problemi. In mare possiamo sopravvivere, ordinò il comandante. Era un uomo con poca esperienza e un cuore troppo grande. Cosa diversa furono i successivi tre e non c’è da stupirsi perché una nave che vaga per anni in mare con settecento persone necessita di guide dalla morale ferrea e i pugni duri. Su quello però il primo comandante aveva ragione: sarebbero sopravvissuti in mare, eccome se si, perché il mare avrebbe dato loro tutto ciò di cui avrebbero avuto bisogno. Fino al giorno in cui avrebbero attraccato, se mai ce ne fosse stato uno.  

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